Integrarsi…

«Aiutiamoli a casa loro.» Devono essersi detto questo – pensando agli italiani – i quasi cinque milioni di immigrati che vivono stabilmente qui. Esattamente 4,8 milioni di persone che lavorano, studiano, fanno figli, pagano contributi e tasse, svecchiano il Paese, lo rendono più efficiente, lo migliorano. Esattamente quello che stanno facendo: ci aiutano a casa nostra, ribaltando lo slogan più odioso della xenofobia nazionale. Quasi cinque milioni di new italiansnuevos italianosnouveaux italiens (e mi spiace non saperlo dire in romeno, o in slavo, o…) che salutano il tricolore come una bandiera loro, almeno anche un po’ loro. Più di quanto – per intenderci – appartenga a molti italiani, tipo quelli che gridavano a Venezia, in un comizio di qualche anno fa, a chi lo esponeva alla finestra: «Signora, con il tricolore ci si pulisca…». Chi diede quella solenne prova di attaccamento alla bandiera oggi è ministro. E pare che ancora non voglia integrarsi, poveretto. 
Ora è probabile che i festeggiamenti per il tricolore ci sembreranno un po’ retorici e pomposi, se ci accorgeremo della loro esistenza. Può essere. Oppure apparirà come una di quelle manifestazioni di orgoglio nazionale per la bandiera recuperate in fretta e furia da un Paese che per decenni ha sventolato la bandiera soltanto allo stadio. Comunque sia, è giusto saperlo: ci sono milioni di italiani-non italiani, gente che ha trovato qui una nuova patria, che guardano a quella bandiera con senso di appartenenza. 
E questo è bello, molto bello, perché è come se ogni anno facessimo il pieno di nuovi italiani. Giovani e operosi almeno quanto gli autoctoni sono anziani e stanchi. Anche sull’integrazione si spreca la retorica, che è una specie di malattia nazionale. Eppure nulla è più facile: si viene per lavorare e si comincia a vivere un po’ come italiani. Più le donne degli uomini, dice una recente ricerca della Caritas. Più i bambini degli adulti, dice la stessa ricerca. Piano piano, i nuovi italiani diventano un poco più italiani ogni giorno. E a ben vedere, anzi, sono ultra-italiani, arci-italiani. Quel che per gli italiani è faticoso per loro lo è di più. Se l’italiano è infastidito dalla burocrazia, loro ne sono addirittura angariati. Se l’italiano è colpito dalla crisi, loro di più. Se l’italiano subisce un sopruso, loro di più. Le loro file sono lunghe, i loro diritti sono meno garantiti, i loro redditi sono i più bassi: forse parlare tanto di integrazione è un trucco per non pronunciare una parola che fa davvero paura: uguaglianza. Ma tant’è, non sarà questo a fermare il flusso. 
Ed è bello dirlo a ridosso della Festa della bandiera: sotto questa bandiera starà più gente, gente che ha attraversato mari e monti, letteralmente, per venire a vivere qui, e dunque in qualche modo ecco una bandiera conquistata, scelta, voluta anche a prezzo di enormi sacrifici. Bravi, grazie. Vengono ad aiutarci a casa nostra. Ci portano nuove visioni del mondo e nuove passioni, nuovi problemi, certo, ma anche nuove soluzioni. Insomma, vengono qui a sventolare con noi. Dico, ma che aspettiamo noi italiani a integrarci? Sarebbe ora, no? 

Silvia Ballestra (da Vanity Fair)


 

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