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Scazzi

Avevo una cosa importante da preparare per il lavoro, ma sono STANCA di averne la vita, tutta la vita, invasa.
Oggi in teoria ero in ferie, ma dopo meno di tre ore di sonno e più di tre ore di viaggio ho comprato una di quelle insalatine tristi nel contenitore di plastica al supermercato della stazione, e me la sono andata a mangiare alla scrivania, lavorando, per chetare l’ansia.
E mi sto anche parecchio antipatica perché sto qui a fare gnegnegne invece di mettere le cose a posto.
E soprattutto perché domani mi maledirò per aver passato questi minuti a fare gnegnegne  invece di quel lavoro.

Cretina.

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Trascuratezza

Se ci fossero premi per i blog più trascurati dell’anno, questo sarebbe in gara.

Sono il genere di rompiscatole a cui piace raccontare i noiosi (per gli altri) fatti propri, ma sono anche una personcina educata che non vuole disturbare nessuno, e dunque questo blogghino mi corrisponde perfettamente: ci posso scrivere tutte le mie minchiate, poi però vengono a leggerle solo quelli a cui interessano, e nessuno si fa male.

Nonostante tutto questo, ultimamente passo poco di qua – passo poco dalla fisioterapia di cui ho tanto bisogno, passo poco da me stessa: sto conducendo una vita stupida, fagocitata dai problemi di lavoro, dai troppi viaggi, dai ritmi assurdi, e quando finalmente ho qualche ora libera mi accascio, catatonica, e impiego le poche energie disponibili per faccende di ordinaria sopravvivenza: la spesa, la casa, cose così.

Non va bene. Devo cercare il modo di aggiustare le cose, ma intanto, blogghino, che ne faccio di te? Ti lascio qui comatoso? Ti stacco definitivamente la spina?

Mi rendo conto mentre scrivo di non essere donna eroica da soluzioni drastiche, per cui farò così: invece di aspettare di avere il tempo per sedermi a scrivere Cose Sagge e Importanti, metterò qui delle spigolature della mia vita: le conversazioni che sento sui mezzi pubblici, le cose che leggo, i pensieri che mi vengono sulla vita e sulle persone e sui bicchieri di Martini. Saranno un po’ più lunghe e personali di un tweet, non saranno profonde e articolate, ma diranno comunque qualcosa di me. Fino a tempi migliori.

Tenda&scarpazze

Ancora non ci siamo ripresi dalla moda dei jeans tagliati a mo’ di coulottes per mettere bene in mostra cosciotti cellulitici e ginocchia col doppio mento (nel senso di plica cutanea cadente, ma va be’, ci siamo capiti), e già si palesa la nuova frontiera dell’eleganza: gonna lunga, asimmetrica, trasparente e stropicciata (tipo una tendina di quelle che arredano le peggiori tavole calde) portata su sneakers ciccione con la zeppa, anfibi o biker boots, per uno spettacolare look tenda&scarpazze che sta già mandando in sollucchero blogger e redattrici di moda.

Enjoy.

Rehab 2 – primo giorno

In cui si scopre:

– che la colpa di tutto non è della spalla rotta ma di Quella Sana, “almeno dal punto di vista elettrico”. Ah ecco.
– che Quella Sana si rifiuta di ubbidire agli ordini, mentre Quella Rotta esegue tutti gli esercizi alla perfezione. Poi per il dolore mi cade il braccio, ma vabbe’, staremo mica a guardare il capello.
– di possedere un sacco di muscoli di cui non si era MAI sospettata l’esistenza. E fanno tutti male.
– che le contratture della mia zona cervico-dorsale sono “estremamente convinte”. Grazie ragazze, avete fatto la vostra bella figura, adesso potete cortesemente levarvi dai piedi, sì?
– che lo stretching può somigliare moltissimo al paradiso.
– ma la tecar terapia di più.
La scoperta che ancora rimane da fare è se dopo una giornata così si è in grado di alzarsi dal letto il mattino successivo.
Ne dubito.
Buonanotte.

Accadde una notte – terza puntata

Prima di abbandonarmi alla mia profonda osservazione però mi insalamarono in un enorme tubo di rete elastica, del tipo che si usa per tenere ferme le medicazioni, allo scopo di evitare che il braccio si staccasse del tutto.

Dopo un paio d’ore che mi osservavo vennero a prendermi per portarmi in radiologia, dove mi radiografarono l’intero scheletro bestemmiando perché la salamatura mi impediva di assumere le posizioni corrette. Seppi in seguito leggendo il referto che, per questo motivo, mi avevano definita “paziente scarsamente collaborativa”. Bastardi.

I fatti più meravigliosi e strabilianti, sempre courtesy of salamatura, si verificarono però al mattino:

  1. passarono a portare la colazione, un’enorme ciotola piena di caffellatte iperbollente, e siccome non c’erano tavoli me la posarono in grembo e se ne andarono. Rimasi lì, insalamata, a guardare tristemente il caffellatte che non potevo bere, mentre le cosce lentamente cuocevano al calore della tazza trasformandosi in arrosti. Solo al termine della cottura un simpatico giovanotto magrebino dall’aria spiritata mi comunicò a gesti che, se proprio non volevo bere il caffellatte (con la telecinesi, presumibilmente), allora tanto valeva che se lo prendesse lui, cosa che fece.
  2. venne finalmente il neurologo a visitarmi, per valutare se fossi moribonda (o morta, per quel che mi avevano badata) di commozione cerebrale o se potessi essere trasportata all’ortopedico. Dapprima mi fece alcune domande per verificare che fossi in grado di rispondere in modo coerente, poi passò alle prove fisiche: “Chiuda gli occhi, STENDA LE BRACCIA DI FRONTE A SE’ e cammini in linea retta”. Io, insalamata, “stendere le braccia?????” Lui, imperturbabile, “perché, non può?”. E meno male che la potenziale matta ero io.

Dopo altre 3 ore di attesa (perché nel frattempo era andato in tilt il sistema), venni finalmente dimessa e trasportata all’ortopedico, dove con grande serenità mi dissero che, a parte la spalla, avevo la mano sinistra completamente distrutta. Al mio stupore (“ma come, non me l’avevano detto!”) risposero imperturbabili che mi avevano radiografata tutta, ma avevano refertato solo alcuni pezzettini. Tra cui la mano destra, ma la sinistra no.

Ed ecco perché, anche dopo 3 mesi passati a letto ingessata come un burattino dalla vita in su, ho sempre la spalla che ulula e non suonerò mai più il piano.

The End

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Cruella vs. l’otite

Io sono una delle persone più sane dell’universo.

E come mai hai in circolo più nimesulide che sangue, mi chiederete?

Perché ho avuto dei brutti incidenti. Ma malattie, mai.

Quando il primo attacco di otite di tutta la vita mi ha colpita ieri, inizialmente ho aspettato di guarire, cosa che normalmente si verifica in 15-2o minuti. Invece l’orecchio ha continuato a dolere, sempre di più, per cui mi sono dovuta mettere alla ricerca di farmaci adatti.

Finalmente ho trovato la farmacia: due contenitori di plastica da gelato (gusti: vaniglia e stracciatella). Nel primo c’erano solo bende e cerotti, ça va sans dire. Nel secondo, finalmente, le medicine: la più recente era scaduta nel 2004. Allora ho preso una delle consuete droghe pesanti da dolore alle ossa, ci ho dormito su, e questa mattina mi sono messa in marcia verso la farmacia, portando diligentemente con me il sacchetto dei farmaci scaduti da buttare.

La strada era lunga e perigliosa, e dunque lungo il tragitto mi si sono misteriosamente impigliati nella carta di credito:

  • 2 paia di scarpe
  • 1 set di posate
  • 1 nuovo epilatore
  • 1 nuova ombrella leoparda (quella vecchia è stata uccisa ieri dal vento)
  • 1 libro di Barbapapà per Nipote

Finalmente giunta in farmacia, la dottoressa mi ha appioppato le gocce per l’orecchio.

Dopo attento studio del bugiardino sorge il primo, gravissimo dubbio: ma come si fa a contare le gocce che scendono nell’orecchio? Io mica me lo vedo, l’orecchio.

Soluzione: le gocce che scendono nell’orecchio si sentono. Moltissimo. Fanno un odioso, inquietante “splòccc” e poi ti riempiono l’orecchio di liquido come quando sbagli a lavarti i capelli.

Seconda scoperta: ho le orecchie piccoline come quelle dei bimbi, perché la dose da grande non ci sta, trabocca all’esterno, untuosa e schifosa.

Ma soprattutto, ho scoperto il fattore di successo di questo miracoloso farmaco: è talmente fastidioso che alla seconda somministrazione i bimbi urlano “Nooooo mamma, sono guarito, non mi fa più male, non mettermene più”.


Easter night at the Pink House

Torno a casa dopo 6 (sei) ore di pranzo pasquale, stordita dall’imminenza del coma iperglicemico, dal vino e dalle incessanti chiacchiere dello zio pazzo.

La luce sembra fioca, ma sicuramente è un’altra avvisaglia della mia morte incombente.  Solo dopo tre ore passate ad aguzzarmi inutilmente la vista mi decido ad alzare gli occhi al soffitto – e a scoprire che una delle lampadine è tragicamente defunta. E pure nel giorno della resurrezione, per sfregio, è ovvio.

L’ultima volta che sono salita su una scala sono anche caduta (dal SECONDO piolo), fratturandomi così tanto e così bene da essere ormai semi-invalida. Ma siccome in quell’occasione mi ero sfasciata irrimediabilmente anche la testa, tiro subito fuori la scala per arrampicarmi fino in cima e vedere se per caso mi riesce di smontare la plafoniera.

Io sono alta (alta, vabbè) un metro e un barattolo, quindi anche protendendomi dall’ultimo piolo non riesco a vedere nulla del meccanismo con cui la dannata plafoniera sta attaccata al soffitto.

Prima provo a svitarla, facendola lungamente ruotare. Non si smonta.

Poi – MOLTO poi – vedo che ci sono due minuscole viti di plastica bianca affondate nella gigantesca plafoniera di plastica bianca. Ottimo. Dopo i tre quarti d’ora necessari per trovare il cacciavite a stella, torno impavida sulla scala e procedo allo smontaggio.

La prima vite cade, e si perde. Alla fine smonto tutto l’aggeggio e tolgo la lampada morta. Riesco pure a scendere indenne dalla scala.

Domani: caccia al tesoro, se trovo la vite prima di uscire per andare al corteo del 25 aprile posso mangiare tutto l’uovo di cioccolato. Sennò, mi sa che devo cambiare tutte le lampade.

La solita serata noiosa.