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In acido

Me lo ha fatto tornare in mente poco fa una mia amica, quando uscendo dal dentista ho messo come status “ho più anestesia che anima”, e lei ha commentato “ti ci vorrebbe una vodka”.

Perché lei c’era.

Quella volta di tanti anni fa che, dopo essere uscita dal dentista come oggi, sono andata con le mie amiche dell’uni a bere un aperitivo (o due) nel nostro locale preferito di allora, il bar peruviano con un paio di tavolini su un soppalco minuscolo in cima a una scala lunga lunga – e noi andavamo sempre lassù  perché c’era una bella vista su tanti bei giovani e assortiti etilismi.

Ho bevuto i soliti due black russian chiacchierando serenamente del più e del meno, e poi ci siamo ricordate che quella sera c’era il lavaggio della strada e quindi dovevamo andare a spostare le auto.
Sono arrivata senza problema all’imbocco della scala e lì mi sono fermata, un po’ perplessa.

Le amiche: che fai lì ferma?
Io: ma come si fa a scendere, con la scala che si muove?
Loro: non fare la scema.
Io: ma no, guardate, serpeggia!

Le amiche, pensando che volessi fare la spiritosa, mi sono passate davanti e sono scese dalla scala senza problemi. Visto che a loro non era successo niente le ho seguite, ma molto dubbiosa e ben abbarbicata al corrimano, mentre la scala continuava a serpeggiare morbidamente.

Non so come mai, ma non mi sono chiesta perché a nessuno sembrasse strano l’atteggiamento della scala – la quale serpeggiava senza alcun dubbio, si vedeva benissimo.

Una volta in strada, continuavo a passare a fianco dell’auto con cui ero arrivata ma non la riconoscevo, perché secondo me aveva cambiato colore – e un po’ anche la forma. Era più culona.

E poi ero nel mio letto, la mattina dopo. Di quel che c’è stato tra l’auto culona e il risveglio non ricordo NIENTE. Non ricordo come sono arrivata a casa, con chi, come ho trovato la chiave, come ho imbroccato l’appartamento giusto, come ho fatto a cambiarmi e a entrare nel letto. Non ricordo neanche se la scala di casa serpeggiava o no.

Non so se gli anestetici moderni siano gli stessi di allora, ma per sicurezza non ho mai più bevuto dopo esser stata martellata dal dentista. Credo di non essere molto portata per gli allucinogeni.

Voi non so, ma se mai vi capitasse di calarvene uno, diffidate delle scale.

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Tre uomini e una culla

Questa mattina, pigiati accanto a me sul vagone della metropolitana, c’erano tre uomini sulla quarantina che, parlando di un loro collega neopapà, discutevano con grande competenza di pannolini.

Sapevano tutto: quanto tempo ci si mette a cambiare il pupo, qual è la tecnica migliore, con quali marche ci si trova meglio, che conviene fare scorta se si trova una buona offerta, “Perché tanto la prima misura va da 3 a 6 chili, c’è l’elastico”.

Mi ero già intenerita e commossa a immaginare questi uomini così “materni”, così pronti ad aiutare e a condividere con le mamme il dovere e il piacere di occuparsi di un bambino.

Intanto la discussione fra i tre proseguiva, “E poi bisogna imparare a programmare tutto, perché quando esci ti devi ricordare di portare la borsa con i pannolini di ricambio, le salviette, il biberon…”

“Eh sì, infatti bisogna subito prendere una macchina più grande”

Una macchina più grande? PER UNA BORSA?

Niente, non c’è speranza, potete impegnarvi quanto volete ma non ce la fate, siete MASCHI: irrecuperabili.

Nonna volante

…ché nonna “al” volante, per lei, è troppo poco.

Era nata nel 1908, e ricordava di quando i tram a cavalli fermavano in Piazza del Duomo, davanti alla cattedrale. Lo ricordava e s’incazzava, perché da quando la piazza è chiusa al traffico si perde un sacco di tempo a girarci intorno, tra sensi unici che “ai miei tempi mica si sognavano” e mancanza di parcheggi.

Quei famosi tram e calessi – e qualunque altro mezzo a propulsione equina la avesse trasportata in gioventù – dovevano essere davvero noiosi, perché appena possibile lei si diede alla guida delle automobili.

Con lo stesso entusiasmo con cui aveva accolto l’arrivo in casa di corrente elettrica ed acqua calda, prese a rubare l’auto di suo padre, e arrivò all’esame di guida sapendone più dell’ingegnere – che già trovava assurdo che una donna pretendesse di guidare, ma che ci riuscisse pure… “Roba de’ matt”, aveva detto scandalizzato, e lei lo raccontava compiaciuta e civettuola.

Ebbe anche una Topolino (amaranto come da copione), ma non poteva durare: lei voleva sempre l’auto più veloce. L’ultima fu una specie di astronave, piena di servosterzi e servofreni e servocosi elettronici e ARIA CONDIZIONATA!!!! – Che non venne mai messa in funzione, perché la nonna la gh’aveva i dulur.

Guidò fino all’ultimo, e non prese mai una multa. Non perché andasse piano, sospetto, ma perché neppure i vigili credevano ai loro occhi quando la fermavano…

Ora a volte penso che mio padre cominci ad essere troppo anziano per guidare, mi sembra che abbia i riflessi un po’ appannati, e mi preoccupo. Ma come potrò mai dirlo a lui, il figlio della nonna volante?