Archivi tag: donne

Uomo/Donna

Uomo:
“Posso punirti a casa tua, a casa mia o in albergo”
“Ti appendo al muro, anche in diagonale”
“Ho una collezione di frustini, sappilo”
“Ti faccio cose che voi esseri umani non potete neanche immaginare”
“Dicono che le dimensioni non contano, ma quando mi avrai conosciuto” eccetera
“Ti plano addosso come neanche Batman”
“Un weekend con me è quel che ti serve nella vita”
“Devi decidere in fretta, sennò non troviamo stanze”.

Donna:
“OK, prenota”.

Uomo:
“Ehm, ehr, ah, davvero?, uh, ecco, io, ecco, mah, boh, bah” PUFFF! <– sparito.

Cicciottino

“Cicciottino!”

“Cicciottinoooooo!”

“Cicciottiiiiiiiiinooooooo!!!!”

Al semaforo in attesa di attraversare, lei gorgheggia modulando la parola con la voce scema con cui di solito ci si rivolge ai bambini molto piccoli (appena crescono, se osi parlar loro in quel modo ti prendono giustamente a calci negli stinchi).

Al quinto Cicciottino lui le risponde con un “Eh?”

Lei: “Ma tu sei un cicciottino?”

Lui: “….”

Lei: “Noooooo!!!! Tu sei un Cicciottone!”

Lui: “…..”.

Ecco, io adesso esigo che tutti i maschi che passano di qui mi spieghino perché gli piace fidanzarsi con siffatte rompicoglioni decerebrate: devo capire dove l’evoluzione ha sbagliato.


Usate la moda!

Vorrei dire alle donne di non avere paura della moda, di usare la moda”(Donatella Versace, 25.09.2010).

Gentile Donatella, ci tengo a chiarire che noi donne non abbiamo paura di niente, figuriamoci della moda.

Noi lavoriamo fuori casa, lavoriamo in casa, accudiamo uomini bambini animali, facciamo quadrare bilanci difficili avendo entrate risibili.

Noi riusciamo nonostante tutto a passare qualche bella serata con le amiche: un cinema, un aperitivo, una pizza. Ci divertiamo, ci distraiamo un po’, e poi torniamo a preoccuparci della fine del mese e della rata del mutuo.

Noi non usiamo la moda non per paura, ma perché non ce la possiamo permettere. Faccia una linea di capi da 50 €, e vedrà che glie li usiamo tutti.

Nonna volante

…ché nonna “al” volante, per lei, è troppo poco.

Era nata nel 1908, e ricordava di quando i tram a cavalli fermavano in Piazza del Duomo, davanti alla cattedrale. Lo ricordava e s’incazzava, perché da quando la piazza è chiusa al traffico si perde un sacco di tempo a girarci intorno, tra sensi unici che “ai miei tempi mica si sognavano” e mancanza di parcheggi.

Quei famosi tram e calessi – e qualunque altro mezzo a propulsione equina la avesse trasportata in gioventù – dovevano essere davvero noiosi, perché appena possibile lei si diede alla guida delle automobili.

Con lo stesso entusiasmo con cui aveva accolto l’arrivo in casa di corrente elettrica ed acqua calda, prese a rubare l’auto di suo padre, e arrivò all’esame di guida sapendone più dell’ingegnere – che già trovava assurdo che una donna pretendesse di guidare, ma che ci riuscisse pure… “Roba de’ matt”, aveva detto scandalizzato, e lei lo raccontava compiaciuta e civettuola.

Ebbe anche una Topolino (amaranto come da copione), ma non poteva durare: lei voleva sempre l’auto più veloce. L’ultima fu una specie di astronave, piena di servosterzi e servofreni e servocosi elettronici e ARIA CONDIZIONATA!!!! – Che non venne mai messa in funzione, perché la nonna la gh’aveva i dulur.

Guidò fino all’ultimo, e non prese mai una multa. Non perché andasse piano, sospetto, ma perché neppure i vigili credevano ai loro occhi quando la fermavano…

Ora a volte penso che mio padre cominci ad essere troppo anziano per guidare, mi sembra che abbia i riflessi un po’ appannati, e mi preoccupo. Ma come potrò mai dirlo a lui, il figlio della nonna volante?

Alligator flats


She went straight out to the most expensive shoe store she had ever heard of and put the alligator flats on her credit card. She couldn't even begin to afford them, but she needed to feel worthy, she needed to feel like a pro.
Rebecca Miller



…Quante cose sanno, di noi, le nostre scarpe….

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A room of my own

Mezza giornata, tutta per me.

Lascio scorrere l'acqua, verso un bagnoschiuma profumato, mi tuffo. Un lungo bagno caldo, i capelli, le mani.
Mi concentro sui gesti, lascio scorrere la stanchezza, faccio il vuoto dentro.
Dopo lunghi giorni in balia degli altri, degli eventi, delle urgenze, degli obblighi, cerco me stessa sotto lo shampoo.
Giorni passati a correre, incastrare appuntamenti, sempre sul filo del rasoio, sempre oddio se la metro tarda non glie la faccio. E sempre energica, sorridente, inappuntabile. Per non deludere, per non far preoccupare, perché meno della perfezione non si può, perché gli errori non si perdonano.
E intanto mi chiedo se sotto la professionista, la figlia, la collega, la zia, l'amica, la sorella, la consigliera, l'infermiera, la cuoca, la colf, ci sia ancora un po' di me, persona.
Guardo le pile di libri non letti, di vestiti non stirati, di oggetti disordinati, e penso all'ordine che porto nelle vite degli altri incasinando la mia.
Mi aggrappo con le unghie alla mia domenica. Non ci sono per nessuno oggi – cioè sì, ci sono: per me.
Oggi riaccendo il mio computer, mi faccio bella, riordino la mia casa, sistemo le mie carte, leggo il mio libro, ascolto la mia musica.
Oggi vivo, per me.

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