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Momenti di una vita buffa.

Nel buio freddo delle dieci di sera, un britannico pallido e smunto chiede indicazioni stradali a una milanese appena emersa dalla metropolitana, con calze rosse e berretto da babbo natale.

Tutto normale, it’s a Pink life.

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Tornando a casa #5

Ha smesso di piovere già da un po’, ma questo signore, assorto nei suoi pensieri, si è dimenticato di chiudere l’ombrello.

La strada è bagnata, si deve fare attenzione a dove si cammina, tutti sembrano molto concentrati e piuttosto infastiditi, mentre si stringono il bavero per ripararsi dall’aria umida.

Non è tardi ma il sole è già tramontato, le giornate sono corte ormai, sempre di più, e il cattivo tempo degli ultimi giorni fa sembrare che l’inverno sia così vicino…

E ci vuole questo ombrello così rosso, tenuto in mano da un uomo vestito di grigio nella luce livida del dopo pioggia, per ricordarsi che, in fondo, non è una brutta giornata.

 

Nebbia

Nebbia.

Scendo dal treno, mi tuffo nel latte, non so dove andare.

Nel bosco fruscii, schiocchi, dei passi, chi è? Il cinghiale, l’ultima biscia, un altro disperso, o il mostro, lo gnomo.

Non trovo la strada, non vedo i cartelli, non c’è più il sentiero.

Al freddo aspetto al sole, la nebbia non molla. C’è un gracchiare lontano che ride di me.

Mi arrendo. Ritorno nel latte,  sbaglio la strada, poi la stazione. Finalmente sul treno la nebbia non c’è.

Avverbi autunnali

E così ora ti senti piovigginoso, malato, pieno di avverbi autunnali,
Di sostantivi distratti, di oggetti ritrovati
E subito perduti, sgretolati, di annotazioni che scorrono
Per troppe pagine al piede della vita…

Roberto Sanesi

E così ci sentivamo tutti noi oggi, milanesi chiusi negli impermeabili stropicciati, impegnati in slalom silenziosi tra le pozzanghere, cupi sulla metropolitana, a scansare le punte gocciolanti degli ombrelli appena chiusi.
Mattina presto, lunedì d’autunno, ancora buio e già freddo.
Mentre progetto minestroni e caldarroste vedo due bambini che ridono, sembrano contenti, chissà se pensano già al Natale.

Metti una sera a cena

Metti anche che è tardi, che la giornata sia stata faticosa e che io proprio non intenda trascinarmi fino al supermercato. E’ ovvio che questo accada il lunedì successivo a quell’unico weekend in cui non si è andati a fare la spesa, perché le leggi di Murphy vengono sempre sperimentalmente verificate, corollari e tutto quanto.

Il frigorifero offre yogurt e alcolici. Vuol farmi passare per una demente anoressica, ma mi sottovaluta – e fa male.

Uso tutto lo yogurt per prepararmi un birchermuesli da leccarsi le dita (e le lecco, infatti), poi mentre la cena attende l’ora di essere consumata decido che la giornata inutile deve essere riscattata dal finale, e mi accingo alla Grande Impresa: salvare il trench rosa, delizioso e sobrio impermeabile color geranio, inzaccherato da automobilisti spietati durante l’ultimo temporale.

Passo lunghi minuti in trance davanti al cestello della lavasciuga, estraggo l’amato indumento a occhi chiusi, mi dirigo verso l’asse da stiro… è vivo!

Stiro il soprabito, mi gusto il muesli, mi (ri)lecco le dita. Le serate inutili non esistono.

Era così

L’aria era così fredda da costringermi a scendere dal letto di corsa, ancora al buio, per chiudere anche quell’unico spiraglio aperto.

Il cielo era nero, attraversato da nuvole minacciose, e mentre l’osservavo cercavo di ricordare dove fossero finite le scarpe chiuse e la giacca.

Per la prima volta dopo tanto tempo accendevo la stufa nel bagno, e mi preparavo in fretta; poi uscivo vestita in modo un po’ approssimativo, metà carne metà pesce, un po’ estate e un po’ autunno.

Mentre correvo sotto la pioggia l’acqua fredda mi entrava dappertutto, nel bavero un po’ alzato, nelle scarpe, e raggiungevo la stazione della metropolitana sgocciolante, e stupita.

Era il 7 settembre, ed era autunno.