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Scazzi

Avevo una cosa importante da preparare per il lavoro, ma sono STANCA di averne la vita, tutta la vita, invasa.
Oggi in teoria ero in ferie, ma dopo meno di tre ore di sonno e più di tre ore di viaggio ho comprato una di quelle insalatine tristi nel contenitore di plastica al supermercato della stazione, e me la sono andata a mangiare alla scrivania, lavorando, per chetare l’ansia.
E mi sto anche parecchio antipatica perché sto qui a fare gnegnegne invece di mettere le cose a posto.
E soprattutto perché domani mi maledirò per aver passato questi minuti a fare gnegnegne  invece di quel lavoro.

Cretina.

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Coincidenze?

Mattino, ultimo colloquio con lo psicologo messo a disposizione dall’azienda nella speranza che non ci suicidiamo in massa.

Ripercorrendo tutto quel che ci siamo detti durante il percorso fatto insieme, e i risultati raggiunti (infatti ancora non mi sono ammazzata), lo psicologo ricorda che durante il primo incontro, quello durante il quale avevamo analizzato la mia situazione per decidere insieme su cosa concentrarci, io avevo detto che sempre più spesso sento la mancanza della possibilità di essere creativa e di esprimere liberamente la mia personalità.

Lui ritiene che si tratti di una faccenda molto seria e mi esorta a trovare lo spazio per scrivere, disegnare, arredare, o qualunque cosa sia quel che mi piace fare. Anche solo per pochi minuti al giorno, ma farlo, per carità (*)

Pomeriggio, riunione aziendale di team building.

Dopo essere stati deportati fuori città come si conviene per questi tipici riti tribali del capitalismo moderno (oddio moderno, boh, facciamo contemporaneo), scopriamo che la nostra prima missione sarà elaborare alcuni concetti in forma artistica, e nello specifico producendo in gruppo due quadri che rappresentino due diverse facce dei concetti medesimi.

Mentre il gruppo discuteva su cosa disegnare io mettevo giù dei bozzetti sul blocco per gli appunti. Visti i miei disegnini, i soci mi hanno chiesto di riportarli sulla tela; poi di preparare i colori; poi di dipingere le parti più complicate. Alla fine la grande idea, “qui manca qualcosa, ci vuole un leopardo delle nevi, lo sai fare il leopardo?”

Non so come, ma in 10 minuti ho prodotto un leopardo (anni di Snow Leopard dovevano per servire a qualcosa), e per giunta alla fine gli artisti (veri) chiamati a giudicare i lavori hanno decretato che la nostra opera era la migliore sia in termini di composizione che di esecuzione.

Tutto questo a secoli di distanza dall’ultima volta che avevo disegnato qualcosa, e infatti ero la più stupita di tutti. Ma soprattutto, mi sentivo BENE.


(*) Quindi se sto qui ad ammorbarvi nuovamente con le mie cazzate è solo colpa sua. Se volete picchiarlo vi capisco, ma non chiedetemi l’indirizzo.

Don’t panic!

Prima si fa fatica a respirare. Poi il cuore batte forte a casaccio, e si sente un rumore sordo nelle orecchie, come una cascata.

All’inizio si viene invasi dal terrore: “sto morendo”. Ma si sta talmente male, l’angoscia è così insostenibile, che presto l’idea di morire e non pensarci più sembra la soluzione migliore.

Poi passa, senza che muoia nessuno.

Ma io non voglio andare avanti così. Devo mettere in ordine la mia vita, in fretta – e non uscire più senza asciugamano.

Ideal Job

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Io SONO una principessa, quindi dovrei FARE la principessa.
Datemi un regno, suvvia.
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Nuovo davvero

Per me l’anno nuovo comincia da domani, e questa volta sarà nuovo davvero; nuovo dal punto di vista lavorativo, ma visto che il lavoro, in termini di tempo ed energia, occupa tre quarti della mia vita, non è esagerato generalizzare.

Domani rientro in un’azienda che ha licenziato (anche se ufficialmente si chiama esodo volontario) un quarto della forza lavoro, non perché fosse in crisi ma perché non aveva raggiunto gli obiettivi di profitto prefissati – il che ci ha improvvisamente trasformati da risorse a costi.

Da domani saremo molti di meno, riorganizzati non so bene come, e dovremo rimboccarci le maniche per far comunque funzionare tutto. Cambieranno la mappa delle interazioni, il chi-fa-cosa, e mi troverò a vagolare dispersa e con un punto interrogativo in cima alla testa anche se lavoro lì da una vita.

Tutto questo mi priva anche del mio capo, uno dei pochi che avessero a cuore sul serio la crescita, professionale e non solo, delle persone; uno dei pochissimi con cui fosse naturale aprirsi con franchezza nei momenti cupi, sapendo di ottenerne buoni consigli (e nessuna rappresaglia).

“Non ti avvilire, sai, per il lavoro”, mi ha detto quando ci siamo salutati prima di Natale. Che è una cosa molto sensata da dire, se si tenta di ricordare alla qui presente cretina che la vita è altrove; ma, come premettevo, di altrove ce n’è poco.

Che ce ne sia così poco naturalmente non va per niente bene. Per giunta quest’anno di lavoro da fare per ciascuno dei superstiti ce ne sarà di più, in termini puramente quantitativi, con la sovrattassa della fatica richiesta dall’adattamento alla nuova situazione.

Io ricomincio con la mente aperta e la voglia di scoprire il buono che ci sarà nelle cose nuove, di imparare e di vedere come me la cavo. Ma anche con la consapevolezza che dovrò tener duro per difendere la mia vita altrove – e anzi, visto che si ricomincia da capo, io adesso ne voglio di più.

E ricomincio anche sapendo che, se non mi riuscirà di far funzionare  bene le cose, i cambiamenti dovranno essere molto più profondi. Me lo merito, e me lo devo.

Tornando a casa #6

Lui ha forse 50 anni, i capelli ricci che cominciano a diventare bianchi, gli abiti impolverati e le unghie sporche di chi lavora. Indossa una tuta sformata sulle ginocchia e una vecchia giacca a vento, e il suo zaino è un po’ scucito.

Intorno a lui la metropolitana è affollatissima. C’è chi chiacchiera, chi urla al telefono, chi sale, scende, si spinge, si accalca; tutti portano facce stanche e ombrelli gocciolanti.

Lui non se ne accorge, è assorto, concentrato, completamente assorbito: sta studiando l’italiano.

Rilegge le frasi segnandole col dito, muove le labbra per collaudare le parole. E’ un uomo adulto, e sta ricominciando da capo.

Dimentichiamo troppo spesso quanto siamo fortunati.

A Dream of a Dream

Sono sulla metropolitana, e non so come ho fatto ad arrivarci.

Gli ultimi barlumi di coscienza li ho avuti verso le 11 del mattino, ed ero già stanchissima. Poi ancora lavoro, lavoro, lavoro, come se la salvezza dell’umanità dipendesse da quanto corro. E invece non solo non salvo nessuno, ma finisco per ritrovarmi in viaggio verso casa in orari assurdi e senza neanche sapere se troverò del cibo nel frigo.

Poi mi ricordo:

Let me ask you a question, you, you never really remember the beginning of a dream do you? You always wind up right in the middle of what’s going on.

Non mi ricordo come ci sono arrivata, dunque è un sogno. E adesso svegliatemi, ché ho voglia di divertirmi.