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L’utilizzatore….

 

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Pagare le tasse è bellissimo!!!

Apr 09

Voi siete qui- Colletta internazionale per poveri imprenditori

Appena pubblicati i dati sulle dichiarazioni dei redditi, il Togo ha subito spedito aiuti umanitari per gli imprenditori italiani. La Nigeria ha inviato due navi di alimentari e generi di prima necessità destinate soprattutto agli indigenti industriali del settore tessile/abbigliamento che dichiarano redditi ampiamente al di sotto della soglia di povertà. Gli artisti albanesi hanno annunciato un grande concerto di solidarietà (Durazzo, 20 giugno prossimo) per sostenere le popolazioni imprenditoriali italiane in difficoltà. “Industriali alimentaristi e albergatori italiani – dice una nota diffusa a Tirana – non arrivano ai mille euro mensili. Possiamo assistere in silenzio a questa tragedia?”. Albania for Italy raccoglierà fondi anche per i costruttori edili italiani, che dichiarano in media  21.000 euro l’anno e rischiano un  futuro di emarginazione e povertà. Il colonnello Gheddafi, in un lungo discorso, ha detto che la Libia accoglierà di buon grado gli indigenti industriali e commercianti italiani che per disperazione dovessero approdare sulle sue coste con imbarcazioni di fortuna. Ma accanto a grandi prove di amicizia e solidarietà non mancano le riflessioni politiche. L’Italia è l’unico paese al mondo in cui i lavoratori dipendenti dichiarano al fisco più degli imprenditori dai quali sono assunti. Gli industriali dell’abbigliamento – che diffondono nel mondo il glorioso Made in Italy, vanto delle fabbriche cinesi – dichiarano al fisco meno dei pensionati, e quindi serve subito una massiccia azione di mutuo soccorso (forse era questo che intendeva l’altra sera in televisione il dottor Della Valle parlando di solidarietà con operai e studenti). In più, l’Italia è l’unico paese in cui centinaia di migliaia di benestanti scendono in piazza a protestare –  come è avvenuto ieri –  mentre i poveri imprenditori lottano ogni giorno contro mille difficoltà, costretti all’indigenza, rintanati senza speranza e senza assistenza nell’umido delle loro Porsche Cayenne posteggiate nel parco delle loro ville.

Alessandro Robecchi

 

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A real twat and a half (but only as tall as the half)


Sì, lo so che è sempre la solita minestra, e che continuare a menarsela per le figure che questo coso curioso ci fa fare nel mondo è inutile spreco di energie.
Ma io ci tengo enormemente a non perdere la capacità di indignarmi ogniqualvolta questo individuo inqualificabile rappresenta il mio Paese e quindi me, sua incolpevole e molto riluttante suddita, in questo modo indegno.
Se non si è capaci di intelligenza, cavolo, si provasse almeno la buona educazione. NOI NON SIAMO COSì!

Il caro Mr Bean

Rassegna siti esteri

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Ci torno su

…perchè a quanto pare non è più tanto di moda parlarne, ma qui si va di male in peggio.

E ci ritorno nuovamente con le parole di Marco Cattaneo, che sempre più apprezzo per l'equilibrio e la ragionevolezza con cui ne scrive.

Buona lettura

Ieri sera, a cose fatte, mostrava ai giornalisti la medaglia lucida appuntata al petto. “Con questo provvedimento non sarà più possibile un caso Englaro”. Non si è chiesto, il soldato Sacconi, a quale prezzo. Non se lo è chiesto lui né se lo è chiesto il reggimento di solerti senatori che ha votato con fierezza gli articoli di una norma che impone per legge sofferenza e atrocità. Ma che importa, loro sono “per la vita”.

Settimane fa, davanti alle quattro misere righe di testo presentate come legge urgente, chiedevo inutilmente al ministro Sacconi, e al Parlamento, di fermarsi a riflettere. Di pensare al fatto che i malati, e le malattie, non sono tutti uguali. Che il cammino di ognuno di noi verso la fine, proprio perché individuale e personale, non può essere regolato con una legge che non esplori le differenze. Dicevo, in quelle righe più emozionate che razionali, che per un malato terminale di cancro l’alimentazione a volte è una perfida tortura. Lo conferma, oggi, l’intervista pubblicata da “Repubblica” a Daniela Valenti, titolare di due hospice a Bologna: “Il divieto di interrompere l’idratazione e l’alimentazione può avere effetti devastanti per chi sta morendo di tumore”.

In quella pagina ho raccolto centinaia di testimonianze. Centinaia di rei confessi che come me hanno avuto una persona cara in punto di morte e, in un estremo gesto di pietà umana, vincendo il feroce desiderio di non separarci mai da coloro che amiamo, hanno violentato i loro istinti ritraendo la mano che offriva il cibo.

Ma voi no. Non sia mai che i soldati della vita si facciano piegare da una folata di buon senso. Vi siete appropriati della parola, vita. Giocando a contrapporre la cultura della vita alla cultura della morte. Sempre secondo la vostra illuminata opinione, s’intende. (Né vi sfiora di lontano l’idea che le due, la vita e la morte, siano compagne inseparabili.) Laici o credenti, difendete incrollabilmente la vita dal concepimento alla nascita e dal coma alla morte. Ma di tutto quel che c’è in mezzo vi importa poco.

Davvero mi sfugge di quale malinteso significato del termine “vita” parliate, ministro Sacconi. E mi rivolgo di nuovo a lei perché ieri – poche ore prima che lei si presentasse raggiante davanti ai giornalisti per celebrare la sua gloria – un uomo è si dato fuoco a Roma, davanti al Campidoglio, perché ha perso il lavoro. E perché leggo – sul sito del dicastero che le è stato affidato con il voto degli italiani (siete servitori, signor ministro, non lo dimentichi) – che lei è ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali.

Questa mattina, scorrendo le pagine dei giornali, cercavo avidamente tra le dichiarazioni di giornata una sua parola sull’importanza di difendere la vita di chi, a 39 anni, non ha più mezzi per proteggere la vita dei suoi cari. La moglie, i due figli. Il più piccolo ha quattro anni. Non se ne abbia, signor ministro, ma non ho trovato una riga. Forse i giornalisti non hanno ritenuto di riferire la sua preoccupazione. O forse non ha ritenuto di riferirla lei, preso com’era a difendere la vita degli italiani.

Ecco, signor ministro, mi piacerebbe tanto sapere che cosa intende lei con la parola vita. E non sa come mi piacerebbe, un giorno di questi, senza fretta, aprire i quotidiani e leggere una sua dichiarazione: “”Con questo provvedimento non sarà più possibile un caso Vincenzo C.”. Perché lei, di suo pugno, avrà redatto e difeso a spada tratta una legge che protegga i cittadini che non hanno di che sfamare la famiglia.

Sfamare, pensi l’ironia: mentre si affanna per far ingerire cibo a viva forza a chi non ne desidera più, non si accorge, signor ministro, che c’è gente che ne avrebbe un disperato bisogno. Tutti e due, l’uno e l’altro, sono sotto la giurisdizione del suo dicastero.

 

 

 

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Abbiamo gli uomini, i reati li troveremo

 

A

bbiamo gli uomini, i reati li troveremo.

L’inchiesta sui due romeni

Loyos e Racz ormai non

riguarda più unostupro specifico,

ma è un’indagine generica sulla vita

di due persone. E non è soltanto imbarazzante

per chi la conduce, ma andrebbe

studiata nelle università per

spiegare tutte le deformazioni a cui

puòricorrere una Giustizia che non voglia

ammettere i propri errori. Più i

due vengono scientificamente scagionati

dalle accuse, e più ne inventano di

progressivamente piccole e pretestuose.

I due, in pratica, rimangono dentro

per dei reati conseguenti al loro arresto:

come quelli che diventano i pazzi

perché li chiudono in manicomio.

Loyos perché avrebbe calunniato la

polizia rumena dicendo che l’ha picchiato;

mentre l’altro, Racz, scagionato

da altri stupri che hanno provato ad

attribuirgli, è dentro pure lui per pericolo

di fuga: e ci mancherebbe: chi

non scapperebbe al posto loro? Ma la

frase più emblematica l’ha pronunciata

un pm: «Non ci sono elementi per

ritenere che i due siano completamente

estranei a quanto avvenuto». Classica

inversione dell’onere della prova:

spiegategli che l’accusa deve portare

prove e indizi di una precisa colpevolezza,

non supposizioni di una generica

non-estraneità. «Non c’è nulla che

faccia ritenere che l’indagato sia stato

pestato», ha detto il pm. Ragionando

come lui, non c’è nulla che lo faccia

escludere.

 

Filippo Facci, Il Giornale, 14.03

 

 

 

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fino a scoppiare…

LA POLEMICA

La bambina e la scomunica

di ADRIANO SOFRI

A RECIFE, in Brasile, c'è una bambina di nove anni. Ha un patrigno. Il patrigno abusa sessualmente di lei da quando aveva sei anni. Abusa di lei da tre anni. Il patrigno abusa anche della sorellina della bambina, che ha 14 anni ed è invalida. Ora il patrigno è in carcere. Ora la bambina di nove anni è incinta, di due gemelli.

La bambina ha anche un suo padre, e una madre. La madre spera che abortisca, il padre no.
A Recife c'è un medico che ha preso in cura la bambina, le ha somministrato dei farmaci che hanno procurato l'aborto. Il medico e i suoi collaboratori pensano, come vuole la legge, che non si debba obbligare una donna, e tanto meno una bambina, a mettere al mondo il frutto di uno stupro.
Si sono anche spaventati del rischio che il parto gemellare avrebbe comportato per una bambina di nove anni.

C'è un arcivescovo, a Recife – non importa il nome: non c'è il nome della bambina, né del suo violentatore, perché citare quello dell'arcivescovo – che ha scomunicato senza appello il medico che ha aiutato la bambina ad abortire, i suoi collaboratori, e la madre che ha approvato. Non il patrigno, "perché l'aborto è peggiore del suo crimine". Non la bambina. La bambina non ha l'età per essere scomunicata. Solo per partorire due gemelli. L'arcivescovo ha proclamato – indovinate – che la legge di Dio è al di sopra della legge umana. L'arcivescovo ha tenuto ad aggiungere che l'olocausto dell'aborto nel mondo è peggiore di quello dei sei milioni di ebrei nella Shoah. Peggiore. C'è anche, a Recife, un gruppo di avvocati cattolici che ha denunciato i medici per il procurato aborto: omicidio volontario aggravato, presumo.

C'è, a Roma, il Vaticano e, in Vaticano, la Pontificia Accademia per la Vita. Con una gamma di sentimenti che vanno dall'imbarazzo al dolore alla perentorietà, i suoi esponenti hanno spiegato che la scomunica comminata dall'Arcivescovo di Recife era necessaria. Un atto davvero dovuto, come prescrive il Codice di Diritto Canonico. Un sacerdote del Pontificio Consiglio per la Famiglia, a sua volta, ha soffertamente ribadito che "L'annuncio della chiesa è la difesa della vita e della famiglia". E che i medici sono "protagonisti di una scelta di morte".

Penso che non si debba commentare tutto ciò. Neanche una parola. Bisogna trattenere il respiro, fino a scoppiare.

 
 
 
…ALLA FACCIA DELL'8 MARZO :-((( 

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