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Tornando a casa #5

Ha smesso di piovere già da un po’, ma questo signore, assorto nei suoi pensieri, si è dimenticato di chiudere l’ombrello.

La strada è bagnata, si deve fare attenzione a dove si cammina, tutti sembrano molto concentrati e piuttosto infastiditi, mentre si stringono il bavero per ripararsi dall’aria umida.

Non è tardi ma il sole è già tramontato, le giornate sono corte ormai, sempre di più, e il cattivo tempo degli ultimi giorni fa sembrare che l’inverno sia così vicino…

E ci vuole questo ombrello così rosso, tenuto in mano da un uomo vestito di grigio nella luce livida del dopo pioggia, per ricordarsi che, in fondo, non è una brutta giornata.

 

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Ascoltami

“Accidenti, che brutto tempo oggi. Copriti bene, farà freddo. E poi piove forte, metti un paio di scarpe adatte”.

“OK, così va bene, si può uscire. Certo che non è tanto tardi: era proprio necessario saltare anche oggi la colazione? Ti vuoi mettere in testa che il cappuccino della macchinetta in ufficio NON è cibo? Anzi, probabilmente non è neanche commestibile”.

“E adesso, cosa sono tutti questi fascicoli che hai preso? Ti sembra normale andare in giro con due borse pesanti e l’ombrello? Sei tutta sbilanciata, fai attenzione”.

“Mamma mia, quanta pioggia, la stazione della metropolitana è allagata. Vai piano, fai attenzione. Togliti dalla testa che devi arrivare in ufficio presto, alla peggio ti spetteranno per qualche minuto. Rallenta, si scivola, stai attenta alle scale! RALLENTA!!!”

Caduta, crack.

Costola rotta, così il mio corpo continua a parlarmi. Ha ragione lui.

Avverbi autunnali

E così ora ti senti piovigginoso, malato, pieno di avverbi autunnali,
Di sostantivi distratti, di oggetti ritrovati
E subito perduti, sgretolati, di annotazioni che scorrono
Per troppe pagine al piede della vita…

Roberto Sanesi

E così ci sentivamo tutti noi oggi, milanesi chiusi negli impermeabili stropicciati, impegnati in slalom silenziosi tra le pozzanghere, cupi sulla metropolitana, a scansare le punte gocciolanti degli ombrelli appena chiusi.
Mattina presto, lunedì d’autunno, ancora buio e già freddo.
Mentre progetto minestroni e caldarroste vedo due bambini che ridono, sembrano contenti, chissà se pensano già al Natale.

Metti una sera a cena

Metti anche che è tardi, che la giornata sia stata faticosa e che io proprio non intenda trascinarmi fino al supermercato. E’ ovvio che questo accada il lunedì successivo a quell’unico weekend in cui non si è andati a fare la spesa, perché le leggi di Murphy vengono sempre sperimentalmente verificate, corollari e tutto quanto.

Il frigorifero offre yogurt e alcolici. Vuol farmi passare per una demente anoressica, ma mi sottovaluta – e fa male.

Uso tutto lo yogurt per prepararmi un birchermuesli da leccarsi le dita (e le lecco, infatti), poi mentre la cena attende l’ora di essere consumata decido che la giornata inutile deve essere riscattata dal finale, e mi accingo alla Grande Impresa: salvare il trench rosa, delizioso e sobrio impermeabile color geranio, inzaccherato da automobilisti spietati durante l’ultimo temporale.

Passo lunghi minuti in trance davanti al cestello della lavasciuga, estraggo l’amato indumento a occhi chiusi, mi dirigo verso l’asse da stiro… è vivo!

Stiro il soprabito, mi gusto il muesli, mi (ri)lecco le dita. Le serate inutili non esistono.