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If I Thought You Were Listening

Lord, if I thought you were listening, I’d pray for this above all: that any church set up in your name should remain poor and powerless, and modest. That it should wield no authority except that of love. That it should never cast anyone out. That it should own no property and make no laws. That it should not condemn, but only forgive. That it should be not like a palace with marble walls and polished floors, and guards standing at the door, but like a tree with its roots deep in the soil, that shelters every kind of bird and beast and gives blossom in the spring and shade in the hot sun and fruit in the season, and in time it gives up its good sound wood for the carpenter; but that sheds many thousands of seeds so that new trees can grow in its place. Does the tree say to the sparrow “Get out, you don’t belong here?” Does the tree say to the hungry man “This fruit is not for you?” Does the tree test the loyalty of the beasts before it allows them into the shade?

Philip Pullman

The Good Man Jesus and the Scoundrel Christ

Stucco

Tra dolce e stucchevole esiste una fondamentale differenza che purtroppo davvero pochi tengono in considerazione.

Sia in cucina che nella vita.

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Punteggiatura

Scuola elementare, l'insegnante assegna il compito: inserire la punteggiatura corretta nel seguente testo


LE DONNE SENZA GLI UOMINI NON SONO NIENTE

Un bambino consegna il foglio:

LE DONNE, SENZA GLI UOMINI, NON SONO NIENTE.

Una bambina consegna a sua volta il compito svolto:

LE DONNE: SENZA, GLI UOMINI NON SONO NIENTE.


Sulla pagina come nella vita, la punteggiatura è tutto.


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Integrarsi…

«Aiutiamoli a casa loro.» Devono essersi detto questo – pensando agli italiani – i quasi cinque milioni di immigrati che vivono stabilmente qui. Esattamente 4,8 milioni di persone che lavorano, studiano, fanno figli, pagano contributi e tasse, svecchiano il Paese, lo rendono più efficiente, lo migliorano. Esattamente quello che stanno facendo: ci aiutano a casa nostra, ribaltando lo slogan più odioso della xenofobia nazionale. Quasi cinque milioni di new italiansnuevos italianosnouveaux italiens (e mi spiace non saperlo dire in romeno, o in slavo, o…) che salutano il tricolore come una bandiera loro, almeno anche un po’ loro. Più di quanto – per intenderci – appartenga a molti italiani, tipo quelli che gridavano a Venezia, in un comizio di qualche anno fa, a chi lo esponeva alla finestra: «Signora, con il tricolore ci si pulisca…». Chi diede quella solenne prova di attaccamento alla bandiera oggi è ministro. E pare che ancora non voglia integrarsi, poveretto. 
Ora è probabile che i festeggiamenti per il tricolore ci sembreranno un po’ retorici e pomposi, se ci accorgeremo della loro esistenza. Può essere. Oppure apparirà come una di quelle manifestazioni di orgoglio nazionale per la bandiera recuperate in fretta e furia da un Paese che per decenni ha sventolato la bandiera soltanto allo stadio. Comunque sia, è giusto saperlo: ci sono milioni di italiani-non italiani, gente che ha trovato qui una nuova patria, che guardano a quella bandiera con senso di appartenenza. 
E questo è bello, molto bello, perché è come se ogni anno facessimo il pieno di nuovi italiani. Giovani e operosi almeno quanto gli autoctoni sono anziani e stanchi. Anche sull’integrazione si spreca la retorica, che è una specie di malattia nazionale. Eppure nulla è più facile: si viene per lavorare e si comincia a vivere un po’ come italiani. Più le donne degli uomini, dice una recente ricerca della Caritas. Più i bambini degli adulti, dice la stessa ricerca. Piano piano, i nuovi italiani diventano un poco più italiani ogni giorno. E a ben vedere, anzi, sono ultra-italiani, arci-italiani. Quel che per gli italiani è faticoso per loro lo è di più. Se l’italiano è infastidito dalla burocrazia, loro ne sono addirittura angariati. Se l’italiano è colpito dalla crisi, loro di più. Se l’italiano subisce un sopruso, loro di più. Le loro file sono lunghe, i loro diritti sono meno garantiti, i loro redditi sono i più bassi: forse parlare tanto di integrazione è un trucco per non pronunciare una parola che fa davvero paura: uguaglianza. Ma tant’è, non sarà questo a fermare il flusso. 
Ed è bello dirlo a ridosso della Festa della bandiera: sotto questa bandiera starà più gente, gente che ha attraversato mari e monti, letteralmente, per venire a vivere qui, e dunque in qualche modo ecco una bandiera conquistata, scelta, voluta anche a prezzo di enormi sacrifici. Bravi, grazie. Vengono ad aiutarci a casa nostra. Ci portano nuove visioni del mondo e nuove passioni, nuovi problemi, certo, ma anche nuove soluzioni. Insomma, vengono qui a sventolare con noi. Dico, ma che aspettiamo noi italiani a integrarci? Sarebbe ora, no? 

Silvia Ballestra (da Vanity Fair)


 

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Disperazione quieta

Mattina presto, un reparto di oncologia.

Attraverso la sala d'aspetto, il corridoio con le poche sedie, su cui riposare un po' dopo essere usciti dalle stanze dei degenti.
I pazienti sono pazienti anche di fatto, spesso ormai sereni; oppure combattivi. I loro parenti, no.
Chissà da quanto tempo vengono qui ogni giorno, senza più la speranza di una buona notizia, eppure mai pronti a ricevere la notizia cattiva.
Si portano addosso un dolore consumato, stanco. Una disperazione quieta, eppure così grande, tanto grande che dovrebbe urlare, urlare!
E invece si accasciano su quelle seggioline, sfiniti. E aspettano.

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The things you own…

Le cose che possiedi ti possiedono.

Ogni volta che ascolto questa canzone la frase mi colpisce, e oggi per la prima volta mi sono soffermata a riflettere. 
Mi sono venuti in mente talmente tanti esempi da farmi girare la testa. E' inquietante pensare a quanto le cose che possediamo, dopo che magari abbiamo passato un sacco di tempo a mettere da parte i nostri sudati soldini per poterle comprare, diventino nostre padrone invece che nostre schiave.
La prima che mi è venuta in mente è la casa. Io ho sempre desiderato poter lasciare la casa dei miei genitori per andare a stare da sola, a farmi finalmente una vita mia, e visto che gli affitti milanesi sono talmente esorbitanti da non poterli neanche prendere in considerazione ho passato buona parte della mia vita a mettere da parte i soldi per potermi finalmente comprare una casa: ero sua schiava prima ancora di possederla. Perché tante scelte piccole e grandi di quegli anni, dal decidere se andare al cinema o no (NO), andare in vacanza o no (NO), comprare un vestito fighetto o uno straccio dei grandi magazzini (indovina un po') sono state prese in funzione della casa che forse un giorno avrei comprato.
Poi finalmente la casa l'ho comprata davvero, facendo debiti deliranti che ancora più di prima hanno influenzato la mia vita, per anni, in ogni piccolo particolare.
Adesso mi rimangono ancora 13 anni di un mutuo sopportabile e potrei rilassarmi, infatti finalmente ho ricominciato a vivere: computer decenti, vacanze (non costose ma pur sempre vacanze), un discreto quantitativo di scarpe……
Finalmente libera allora? 
NO.
Perché adesso che finalmente ce l'ho, io questa casa la amo e me la voglio godere.
Non mi cercherò l'opportunità di cambiare Paese o città, di vivere altrove, perché adesso ho il mio nido. E avrei davvero grosse difficoltà, proprio per questo, ad approfittare di opportunità lavorative che provenissero da luoghi lontani.
La casa che io possiedo da 7 anni, possiede me da quasi 20.
…..e senza andare a cercare esempi importanti: possedere un paio di scarpe che fanno male ai piedi significa che loro ci impediranno di accettare di rimanere fuori tutta la sera, dopo il lavoro.
Possedere un servizio di piatti costosissimi e fragilissimi significa che loro pretenderanno di essere lavati a mano e non in lavastoviglie.
Possedere…… pensateci.

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Del tempo, e del giapponese

Come ebbi a promettere qui, ecco la storia del giapponese.

Un'azienda milanese aveva avviato i contatti per firmare un importante contratto di distribuzione esclusiva per un prodotto giapponese. Il responsabile commerciale dell'azienda giapponese venne dunque a Milano per discutere i dettagli dell'affare, ed un giovane collaboratore del direttore della divisione acquisti venne inviato a Malpensa ad accoglierlo.
Il giovane stava nell'area arrivi reggendo il cartello con il nome del dirigente giapponese e controllava nervosamente l'orologio. Finalmente il giapponese approcciò sorridendo il giovanotto, il quale dopo un saluto frettoloso lo prese letteralmente per una manica e cominciò a trascinarlo verso la stazione del Malpensa Express.
Dopo una folle corsa i due riuscirono a prendere il treno al volo. Il giovane, sudatissimo, continuava a controllare l'orologio, mentre il giapponese lo osservava impassibile (a parte, forse, un mezzo sorriso enigmatico).
All'avvicinarsi della stazione d'arrivo il nervosismo del giovane e la frequenza con cui controllava l'ora aumentavano esponenzialmente. Quando finalmente approdarono in stazione, egli nuovamente afferrò il giapponese e lo trascinò in un'altra folle corsa, sempre più veloce e scomposta, e riuscirono per un pelo a salire sul convoglio del passante, proprio un attimo prima che si chiudessero le porte. A questo punto il giovanotto era paonazzo e grondava, mentre il giapponese permaneva imperturbabile ed impercettibilmente divertito.
Al termine del tragitto sul passante i due arrivarono davanti agli uffici dell'azienda milanese ed il giovane finalmente si allargò in un sorriso trionfante, e disse al giapponese: "Visto? abbiamo dovuto correre un po', ma abbiamo guadagnato quasi un'ora!".
E il giapponese:
"E adesso, che ce ne facciamo?"

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