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Ricordi eclissati

Ricordo che ero in vacanza in Spagna, un settembre di tanti anni fa, ed era prevista un’eclissi solare quasi totale.

Tutti i giornali scrivevano paginate di consigli sulle precauzioni importantissime da tenere in considerazione per godersi lo spettacolo senza pericoli: acquistare gli appositi occhialini in farmacia perché i normali occhiali da sole non erano sufficienti, usare filtri particolari per scattare fotografie e proteggersi gli occhi durante l’operazione, stare accanto a bambini e anziani per rassicurarli, stare lontani dagli animali perché, terrorizzati, avrebbero perso il controllo e attaccato anche i padroni.

Io ho letto tutto per bene, ho dimenticato tutto altrettanto bene, e il giorno dell’eclissi me ne sono andata, senza appositi occhialini, in un parco zoo.

Ricordo le sensazioni strane durante l’evento: la luce malata, l’oscurità innaturale per la giornata estiva senza nubi, il freddo improvviso. E gli animali feroci tutti intorno, che invece di impazzire e compiere gesti inconsulti come da istruzioni guardavano noi umani con aria perplessa, e sembravano pensare “ma chi sono ‘sti scemi che non hanno mai visto un’eclissi?”

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Lingue di pappagallo

Quando ero piccola mia nonna mi sembrava una strega: preparava pietanze meravigliose, si muoveva precisa in cucina, conosceva a memoria tutte le ricette. Non le serviva la bilancia, aggiustava ad occhio la densità delle salse, l’equilibrio dei sapori, ed era tutto perfetto.

Io però ero una sciagurata e a volte mi lamentavo, o chiedevo un piatto diverso. Lei, sempre, rispondeva “Mi dispiace sai, le lingue di pappagallo le abbiamo finite, mangia questo”.

Io mangiavo, ma poi passavo ore a cercare di immaginarmele: chissà come saranno, queste lingue di pappagallo.

Ora sospetto che non le abbia mai assaggiate nessuno, e per giunta sono vegetariana e mi farebbero orrore, ma nella miglior cena non consumata mia nonna è seduta tutta elegante ad un tavolo ben apparecchiato, e un cameriere le serve lingue di pappagallo cucinate in cento modi diversi.

Nonna volante

…ché nonna “al” volante, per lei, è troppo poco.

Era nata nel 1908, e ricordava di quando i tram a cavalli fermavano in Piazza del Duomo, davanti alla cattedrale. Lo ricordava e s’incazzava, perché da quando la piazza è chiusa al traffico si perde un sacco di tempo a girarci intorno, tra sensi unici che “ai miei tempi mica si sognavano” e mancanza di parcheggi.

Quei famosi tram e calessi – e qualunque altro mezzo a propulsione equina la avesse trasportata in gioventù – dovevano essere davvero noiosi, perché appena possibile lei si diede alla guida delle automobili.

Con lo stesso entusiasmo con cui aveva accolto l’arrivo in casa di corrente elettrica ed acqua calda, prese a rubare l’auto di suo padre, e arrivò all’esame di guida sapendone più dell’ingegnere – che già trovava assurdo che una donna pretendesse di guidare, ma che ci riuscisse pure… “Roba de’ matt”, aveva detto scandalizzato, e lei lo raccontava compiaciuta e civettuola.

Ebbe anche una Topolino (amaranto come da copione), ma non poteva durare: lei voleva sempre l’auto più veloce. L’ultima fu una specie di astronave, piena di servosterzi e servofreni e servocosi elettronici e ARIA CONDIZIONATA!!!! – Che non venne mai messa in funzione, perché la nonna la gh’aveva i dulur.

Guidò fino all’ultimo, e non prese mai una multa. Non perché andasse piano, sospetto, ma perché neppure i vigili credevano ai loro occhi quando la fermavano…

Ora a volte penso che mio padre cominci ad essere troppo anziano per guidare, mi sembra che abbia i riflessi un po’ appannati, e mi preoccupo. Ma come potrò mai dirlo a lui, il figlio della nonna volante?