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Amori Moderni

Due ragazze in metropolitana:

“(…) e allora gli ho detto che vado a Segrate a prendermi il biglietto e poi lo rivendo, perché con lui non ci voglio proprio andare!”

“Ma perché avete litigato?”

“Eh
Perché abbiamo litigato, abbiamo litigato perché…… boh vabbe’, comunque con lui non ci vado.”

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Siamo Polli Glotti

“La maglietta”, dramma in 1 atto.

La scena: un negozio di abbigliamento.

I personaggi: La Maglietta, La Madre, Il Figlio.

Madre (alzando verso il figlio La Maglietta con scritta in francese): “Vieni qui a tradurmi la scritta dall’inglese.”

Figlio (con tono derisorio e condiscendente): “Ma quello non è inglese, è spagnolo!”

Sipario.

PS la scritta sulla Maglietta, per la precisione, dice “L’essentiel est invisible pour les yeux.”

Messaggi

Gli ormai defunti maya mandano messaggi forti e chiari sull’esattezza non delle loro teorie, ma delle nostre interpretazioni, becere e disinformate, delle medesime.

Per esempio, oggi:

  • è esploso (ESPLOSO!!!) lo hard disc dello stimato collega che domani deve venire a fare una presentazione importanterrima.
  • della presentazione non esiste alcuna copia.
  • esistono tuttavia alcuni dati, che ho dovuto inseguire per tutta Europa per mettere insieme il materiale con cui ricostruire la presentazione.
  • mentre inseguivo i dati non facevo altre cose (ovviamente tutte urgenti e fondamentali), e quindi diverse persone a diversi orari tentavano di uccidermi. Ma io non avevo tempo per morire.
  • appena sono uscita per pranzare si è messo a piovere (la famosa pioggia Maya. Ah quella era di meteoriti? Ah scusa).
  • avendo rincorso per tutto il giorno i dati del collega, non ho preparato la mia presentazione. Non prima delle 18.
  • Quindi ho finito la mia presentazione alle 20.30.
  • Quindi ho scoperto che il cancello dell’ufficio era rotto e io ero chiusa dentro.
  • Quindi ho dovuto aspettare che un fortunato possessore di chiavi del cancello del garage mi liberasse, dopo le 21.
  • Ovviamente si è rimesso a piovere
  • Domani devo alzarmi all’alba per portare i dati al collega che deve rifare la presentazione sul mio PC, visto che il suo è esploso (ESPLOSO!!!)

Quando finalmente i Maya mi troveranno a presentare tutte queste belle slide di argomento ameno a un bel gruppo di altrettanto ameni professori,  se ne andranno schifati, dicendo “se t’ammazziamo ti facciamo un favore”.

Ecco.

Momenti di una vita buffa.

Nel buio freddo delle dieci di sera, un britannico pallido e smunto chiede indicazioni stradali a una milanese appena emersa dalla metropolitana, con calze rosse e berretto da babbo natale.

Tutto normale, it’s a Pink life.

In acido

Me lo ha fatto tornare in mente poco fa una mia amica, quando uscendo dal dentista ho messo come status “ho più anestesia che anima”, e lei ha commentato “ti ci vorrebbe una vodka”.

Perché lei c’era.

Quella volta di tanti anni fa che, dopo essere uscita dal dentista come oggi, sono andata con le mie amiche dell’uni a bere un aperitivo (o due) nel nostro locale preferito di allora, il bar peruviano con un paio di tavolini su un soppalco minuscolo in cima a una scala lunga lunga – e noi andavamo sempre lassù  perché c’era una bella vista su tanti bei giovani e assortiti etilismi.

Ho bevuto i soliti due black russian chiacchierando serenamente del più e del meno, e poi ci siamo ricordate che quella sera c’era il lavaggio della strada e quindi dovevamo andare a spostare le auto.
Sono arrivata senza problema all’imbocco della scala e lì mi sono fermata, un po’ perplessa.

Le amiche: che fai lì ferma?
Io: ma come si fa a scendere, con la scala che si muove?
Loro: non fare la scema.
Io: ma no, guardate, serpeggia!

Le amiche, pensando che volessi fare la spiritosa, mi sono passate davanti e sono scese dalla scala senza problemi. Visto che a loro non era successo niente le ho seguite, ma molto dubbiosa e ben abbarbicata al corrimano, mentre la scala continuava a serpeggiare morbidamente.

Non so come mai, ma non mi sono chiesta perché a nessuno sembrasse strano l’atteggiamento della scala – la quale serpeggiava senza alcun dubbio, si vedeva benissimo.

Una volta in strada, continuavo a passare a fianco dell’auto con cui ero arrivata ma non la riconoscevo, perché secondo me aveva cambiato colore – e un po’ anche la forma. Era più culona.

E poi ero nel mio letto, la mattina dopo. Di quel che c’è stato tra l’auto culona e il risveglio non ricordo NIENTE. Non ricordo come sono arrivata a casa, con chi, come ho trovato la chiave, come ho imbroccato l’appartamento giusto, come ho fatto a cambiarmi e a entrare nel letto. Non ricordo neanche se la scala di casa serpeggiava o no.

Non so se gli anestetici moderni siano gli stessi di allora, ma per sicurezza non ho mai più bevuto dopo esser stata martellata dal dentista. Credo di non essere molto portata per gli allucinogeni.

Voi non so, ma se mai vi capitasse di calarvene uno, diffidate delle scale.

Psicopatologie #1

Quelli che sei la mia vita.
Che dove diavolo sei stata in tutti questi anni.
Che ti amerò per sempre.
Che non so come ho fatto a vivere senza di te fino ad ora.
Che non posso credere che esista davvero una persona perfetta come te.
Che mi sono divertito così tanto, questa è la miglior serata della mia vita.
Che mi piace tutto di te, ogni piccola cosa.
Che adoro la tua risata, voglio essere quello che ti fa ridere.
Che quanto sei bella, oddio quanto sei bella.

E se non glie la molli entro la seconda uscita, felicemente si accontentano di un’altra.

Pensatemi piano

Mi preparo un voluttuoso bagno tiepido pieno di schiuma, controllo la temperatura con la punta del piede, va bene, mi immergo.

Allungo la mano per prendere il sapone, e il pettine si tuffa nella schiuma. Solo dopo aver passato una quantità ridicola di tempo a cercarlo sul fondo della vasca mi sovviene che è di legno, e quindi galleggia. Finalmente lo recupero da sotto a un iceberg di schiuma densa, e mentre lo rimetto al suo posto plufff, cade il sapone.

Quello almeno è sicuramente finito sul fondo; tuttavia, come diceva Ramon Gomez de la Serna, Il pesce più difficile a pescarsi è il sapone nell’acqua, e infatti ci vogliono altri cinque minuti buoni.

Ora, forse  si è trattato solo di un momentaneo dissenso con la forza di gravità e col principio di Archimede. Ma casomai fosse vero che quando facciamo cadere le cose vuol dire che qualcuno ci sta pensando, d’ora in poi, per favore, pensatemi piano.