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Teppista

Ha al massimo 5 anni, i capelli biondissimi arruffati e un braccio rotto. Ma se ne frega, e si comporta da perfetto selvaggio: gioca a tirare sassi mentre corre sull’orlo della scarpata, si arrampica sul tetto per lanciare le pigne in testa ai suoi amici, impara a camminare sul filo teso tra due alberi (e siccome camminare non basta ci salta pure sopra), pretende di mangiare uova al tegamino e salsiccia per merenda.

La madre non esiste o è scappata, e come darle torto: il padre è peggio del figlio, saltella sul filo con lui e gli corre dietro ruggendo, mentre il piccolo teppista scappa e strilla, rintronando tutti gli alpinisti del rifugio (gente seria, gli alpinisti, molto molto molto seria).

Dopo la lunga salita-discesa-risalita per arrivare lì mi diverto a guardarlo, mentre lui fa il matto imperversando ovunque.

Dopo cena ricompare all’improvviso trasformato: il pigiamino azzurro, il pupazzo in braccio, perfino il ciuccio in bocca, mi guarda con gli occhioni azzurri, “Gute Nacht”.

Buona notte, teppista =)

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Futuro

Il futuro non esiste.

Abbiamo solo un presente, nel mio caso anche piuttosto sgangherato, e di doman, notoriamente, non c’è certezza.

Personalmente poi non mi limito ad avere l’ovvia consapevolezza teorica di una morte che in genere si percepisce come lontanissima nel tempo, intangibile e irreale, avendo avuto con la faccenda un incontro ravvicinato, tutta pratica e niente teoria.

E tuttavia io, questa mattina, avendo visto dopo tanto tempo un raggio di sole che entrava dalla finestra, sono andata di corsa a comprarmi un grosso zaino, per un futuro lungo trekking in una futura calda estate.

Già mi sogno il cielo blu cobalto, l’aria fresca, il pietrisco sul sentiero, i fischi delle marmotte, le notti sotto le stelle davanti al rifugio.

E se non passo la notte, pazienza, seppellitemi nello zaino.

Fantasmi

Il meteorologo promette sole, sole e sole, e dunque prendiamo un treno al mattino presto e andiamo in montagna. Già poco fuori Milano nevica, ma ormai siamo partite e decidiamo di proseguire.

Sul sentiero solo le nostre orme, nel bosco il silenzio speciale della neve.

Tutto è avvolto dalla nebbia, cielo grigio e neve bianca, non si vede nulla. Abbiamo sbagliato strada e siamo tornate sui nostri passi già almeno tre volte, quando un nuovo errore ci porta fuori dal tempo.

Ci avviciniamo ad una casa, ed un enorme gatto siamese ci sbarra la strada. Improvvisamente, come in una coreografia, il gatto salta sul tetto e due cani escono dalla casa e ci corrono contro, ringhiando e abbaiando. Nello stesso istante, l’uomo compare sulla porta e almeno altri quattro gatti schizzano via velocissimi in tutte le direzioni, dopo essersi materializzati non si sa come, mentre due galline osservano tranquille.

L’uomo sembra uscito da una stampa dell’800, camicia a quadri da montanaro e pantaloni di fustagno, capelli disordinati e barbona incolta. Ci fissa sospettoso, non richiama i cani, sta di sbieco sulla porta come per non farci entrare, poi scompare all’interno.

I cani continuano a latrarci contro scoprendo i canini. Noi piano piano arretriamo, poi ci allontaniamo verso il bivio dove abbiamo sbagliato strada.

Come hanno fatto a comparire improvvisamente e contemporaneamente un montanaro dell’800, due cani rabbiosi, almeno 5 gatti e due galline? E dove sono di nuovo spariti poi?

Riprendiamo la nostra strada nella nebbia, convintissime che, se mai tornassimo lì col sole, troveremmo la casa vuota e diroccata, disabitata da cent’anni.

Nebbia

Nebbia.

Scendo dal treno, mi tuffo nel latte, non so dove andare.

Nel bosco fruscii, schiocchi, dei passi, chi è? Il cinghiale, l’ultima biscia, un altro disperso, o il mostro, lo gnomo.

Non trovo la strada, non vedo i cartelli, non c’è più il sentiero.

Al freddo aspetto al sole, la nebbia non molla. C’è un gracchiare lontano che ride di me.

Mi arrendo. Ritorno nel latte,  sbaglio la strada, poi la stazione. Finalmente sul treno la nebbia non c’è.